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La guerra giugurtina – 26 Novembre 2021

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Matisse

E ci risiamo! ..
…Adesso dopo (se ho ben capito) che il ministro Bianchi “non è insensibile al grido di dolore” che si eleva dalla suburra dei somari per il compito scritto all’esame di maturità ci si mette anche il ministro Cingolani che si scaglia contro il ripetersi dello studio delle guerre puniche (e tutte le altre? Dove mettiamo il “De bello gallico”, nel dimenticatoio della storia?). Permettetemi per una volta di autocitarmi (non autoincensarmi ci mancherebbe!). Dopo avere fatto l’esame di quinta elementare, l’esame di ammissione alla medie (ai miei tempi esisteva anche questo che falcidiò alcuni compagni) e l’esame di quinta ginnasio ho fatto il liceo classico (greco – amatissimo – incluso) e mi sono diplomato nel contempo in pianoforte. Tutti studi “classici” che non mi hanno assolutamente impedito di laurearmi in ingegneria a pieni voti e diventare poi ordinario universitario di calcolatori elettronici. Tutto questo per dire che le guerre puniche (e anche quella giugurtina..) e tutti gli studi (classici appunto) hanno contribuito in modo decisivo al mio bagaglio culturale che nel corso della mia ormai non breve esistenza mi hanno poi permesso di raggiungere alcuni obiettivi non secondari ma sopratutto di godere appieno delle bellezze letterarie, musicali etc. che la nostra civiltà offre. Non sono un fan dell’approccio anglosassone che vede gli ingegneri poco più che dei mestieranti e solo i letterati veri eredi del sapere ma credo che sia una fesseria colossale quella di privilegiare sempre più le materie scientifiche specifiche a scapito delle altre.  Alla base di questa impostazione non sta la mia vicenda personale ma l’esperienza di docente universitario: in generale i miei studenti migliori (alcuni dei quali sono già ordinari di ingegneria) sono stati quelli che avevano imparato a scrivere in un italiano corretto e avevano un’ impostazione culturale larga e molteplice. E’ questo un problema che si riscontra spesso nelle facoltà universitarie. C’è una corrente di pensiero che vorrebbe – ad esempio – una facoltà (pardon oggi si chiama scuola grazie alla sventurata riforma Gelmini) di ingegneria come un laboratorio in cui imparare un mestiere anziché una cultura dimenticando che oggi il sapere tecnico è infinito e che assai raramente uno studente massacrato di esami “professionalizzanti” (magari impartiti da chi non ha mai frequentato un laboratorio o un cantiere) va poi a fare un mestiere corrispondente. E quindi viva le guerre puniche e lo studio di tutti quegli eventi storici del passato (anche recenti come il fascismo!) che permettono di costruire uno spirito critico e in ultima analisi un cittadino consapevole con due C maiuscole.
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4 risposte a "La guerra giugurtina – 26 Novembre 2021"

  1. Carlo Borghi ha detto:

    Concordo, concordo, concordo! Due importanti fattori che mi agitano, anche perché sono ingegnere e docente universitario, sono:
    1. Il ragionamento è basato sulla logica e la logica si avvale del linguaggio. Fare degli errori di lingua può portare a far errori di logica senza rendersene conto (lo dico anche agli studenti quando insegno).
    2. Siamo in una società civile (almeno così dicono anche se ho dei dubbi), o per lo meno dobbiamo vivere in società. Conoscere quindi come siamo arrivati fino qui e conoscere come si è comportato l’uomo in determinate situazioni, le situazioni in cui l’uomo si è trovato nel passato, è essenziale.

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  2. Rambomax ha detto:

    Ci risiamo… il povero ministro Cingolani ha detto, più o meno, che a scuola si dovrebbe dedicare meno tempo alle guerre puniche e più tempo alle lingue e alla tecnologia. A quanto pare, ha aggiunto “perché poi servono”; così, è partita la solita polemica, che si concentra sull’utilità o meno del sapere tecnico. Posta in questo modo la questione è un po’ fuorviante, perché il termine “tecnico” viene usato in modo da evocare senza fallo l’immagine di un tizio dotato di pinze e cacciavite, unto fino ai gomiti, che ti mette a posto il motore che non ne voleva sapere di riavviarsi; oppure quella di un altro tizio, che ti arriva a casa con alcuni misteriosi scatolotti di plastica e, aperta una botola del cortile, li installa al posto di quelli vecchi: così l’impianto del citofono, mandato in corto circuito dai topi, ricomincia a funzionare. Come dire, il tecnico è un personaggio che sa fare certe cose che servono alla vita di tutti giorni; le sa per accumulazione di esperienze ripetitive, come dire per tentativi ed errori, quindi senza quella patina di nobiltà che la conoscenza “vera” richiede. Al tecnico che si è sporcato le mani paghi il servizio, e poi al motore o al citofono non pensi più, tanto sono cose tecniche. Ma la conoscenza scientifica non è questo.

    A parte le variazioni di programmi subentrate nel corso degli anni, l’impianto della scuola italiana segue il copione della riforma Gentile: di qua, le conoscenze “nobili” del liceo classico, quelle che si godono e basta e che si possono assaporare per tutta la vita; di là, le conoscenza pratiche degli aggiustatori di motori e di citofoni. In “La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia”, 6, 1908, un articolo scritto da Benedetto Croce e intitolato “Il risveglio filosofico e la cultura italiana” recita a p. 171 (a proposito di medici come contrapposti a poeti, filosofi e storici): “[…] uomini della scienza, il cui torto non è già di esercitar la medicina pratica, ma di essere pur troppo, in tutto e per tutto, l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi ai concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico. Questi nuovi direttori della vita sociale sono affatto insensibili all’arte; ignorano la storia; sogghignano, come villanzoni ubbriachi (sic), della filosofia; […]”. Poco oltre, a p. 172, il nostro propugna una riforma della scuola secondo una linea d’indirizzo che, in nota, dice essere stata ottimamente illustrata da Gentile (si vede che all’epoca i due non avevano ancora litigato). Più chiaro di così…

    A causa della mia età, faccio parte di quelli che hanno subìto le conoscenze nobili; scelta obbligata perché, all’epoca, chi sceglieva diversamente cadeva in una trappola mortale: il diploma del liceo classico era infatti l’unico che consentisse d’iscriversi a qualunque corso di laurea. Va da sè che tutti sapevano che il diploma del liceo classico non serviva a nulla, a parte l’ottenimento dell’accesso a qualunque corso universitario; una piccola, ma rumorosa, minoranza insisteva nel dire che invece serviva, usando l’argomento “come fai a studiare medicina se prima non hai studiato il greco? per capire la parola ‘cardiologia’, il greco devi saperlo, no?”; dal quale argomento segue come immediato corollario che il Canada e il Giappone sono condannati a esser privi di bravi medici, visto che da loro il greco non si studia. Rumorosa minoranza a parte, resterebbe l’altra opzione: conoscenza inutile sì, ma godibile, e allora goditela! Il punto è che nella riforma Gentile si nasconde un’altra trappola, questa volta sottile e insidiosa; forse voluta, o forse dettata dalla consapevolezza delle deplorevoli condizioni del materiale umano a disposizione. La seconda trappola è questa: con l’esclusione delle cenerentole matematica e fisica, alle quali comunque è destinato un numero risibile di ore d’insegnamento, non esiste materia del liceo classico in cui si richieda allo studente uno sforzo, seppur minimo, di ragionamento e di astrazione. Con ciò non intendo che ragionamento e astrazione, pur possibili, non vengono richiesti, ma che ragionamento e astrazione non sono possibili perché il modo in cui le materie sono sviluppate le priva di un criterio di verità (secondo le idee di Gentile, quello che lo studente dovrebbe percepire nello studio è “lo sviluppo dello spirito”, qualunque cosa ciò voglia significare).

    Preso atto di questo, ciò che si richiede allo studente del liceo classico è semplicemente un’accumulazione mnemonica di nozioni. Se questo processo è accompagnato dall’acquisizione della coscienza civica meglio di quanto non avvenga in altri ordinamenti scolastici, non sono in grado di dire. Il ministro Cingolani ha citato la storia, ma poteva far di meglio; in fondo, dallo studente non ci si aspetta una prestazione da storico professionale, e per la storia, come anche per la letteratura e il resto, da studenti non si può far altro che memorizzare e diligentemente ripetere all’interrogazione. Si dice che la storia vada imparata perché è maestra di vita; sicuramente è interessante leggere le vicende storiche, così come è piacevole leggere un’opera letteraria (specie se uno sceglie per conto suo cosa leggere), ma all’ammaestramento credo poco: noi sapiens pensiamo sempre che la situazione presente sia un po’ diversa, e che quindi le conclusioni del passato non si applichino (in fondo, i tedeschi sapevano benissimo che a Napoleone in Russia era andata male, ma hanno pensato che loro ce la potevano fare). Il ministro avrebbe potuto più utilmente citare la filosofia: avrebbe ricevuto il plauso di tutti gli studenti costretti a ingurgitare il cosiddetto “paradosso” di Achille e la tartaruga, o le fumosità della dialettica Hegeliana, e che si mordono la lingua per evitare di dire che sono fregnacce.

    Oppure, forse il ministro voleva semplicemente dire che nella scuola la valutazione dovrebbe basarsi più sul livello di ragionamento e di astrazione mostrati dallo studente, e meno sull’abilità discorsiva di questo. Se tale era il suo pensiero, probabilmente non lo ha manifestato; il ministro sa benissimo che, se si impostasse la valutazione in questo modo, una frazione non piccola degli studenti non ce la farebbe, e la rivolta popolare sarebbe garantita.

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    • Non posso che ringraziare Rambomax per un commento che é più completo di un mio post. Forse, ma la colpa è mia di scarsa comprensione, da bravo ingegnere mi auguro di ricevere un altro commento con conclusioni nette e proposte inequivocabili. E vorrei che vista l’importanza dell’argomento altri lettori contribuissero al dibattito. PS non sono un nostalgico del liceo Gentile ma solo un anziano che ha visto centinaia di studenti passargli sotto gli occhi e ha potuto riscontrare come una “cultura” vasta sia un presupposto per affrontare in modo serio gli argomenti scientifici magari scrivendone in modo corretto. Ma proverò io stesso ad attivare il dibattito. In ogni modo grazie per il commento che nel piccolo del mio mondo vince la gara del più completo e articolato.

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