Spigolature

Università – 14 Settembre 2017

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Mi rendo perfettamente conto che l’università non sia in cima ai pensieri degli italiani (e certamente neanche in cima a quelli dei nostri governanti) ma una riflessione senza buonismi andrebbe fatta. Ci sono numeri contrastanti. Da un lato rispetto alle medie europee sforniamo meno laureati (soprattutto in campo scientifico-tecnico) e dall’altro abbiamo una ridicola sovrabbondanza di laureati in materie umanistiche. Corsi ridicolmente affollati, lotte per conquistare un posto alle lezioni, professori costretti a estenuanti sessioni di esami (grazie anche al sistema italiano che per consuetudine – non per obbligo! – si basa su esami orali con tutte le prevedibili carenze: diseguaglianza di trattamento, problematiche umane etc.) gravate anche dalla possibilità per gli studenti di ripetere all’infinito esami non passati.  Inutile dire che all’estero –  sotto varie forme – il numero di volte che una prova può essere ripetuta è limitato e in caso di ripetuto fallimento lo studente viene semplicemente espulso dal corso di laurea. Ma veniamo alla materie tecnico-scientifiche. La drammatica parcellizzazione del sapere (spesso avente come scopo solo l’aumento delle cattedre – si leggano alcuni dei titoli dei corsi dove la stessa materia viene ripetuta ridenominandola con varianti infinitesime) ha portato ad aprire innumerevoli corsi di laurea ultraspecializzati del tutto inutili quando si sa che poi il laureato probabilmente farà una carriera del tutto diversa con un aumento a dismisura di docenti la cui didattica peraltro NON  è mai, ripeto mai, controllata. Ma si sa: non si contesta a un collega la qualità del suo insegnamento ricordando anche che i contenuti dei corsi sono definiti solo dal nome e riempiti dal libero arbitrio del singolo (arbitrio contrabbandato come libertà di insegnamento).  Inutile dire poi che il valore legale del titolo di studio è una aggravante della situazione. Sia chiaro: la ricerca è fondamentale e quindi il numero di addetti è insufficiente in Italia ma l’equiparazione fra numero di docenti e di ricercatori è un modo malato di interpretare il problema. Non solo: poiché si avanza di carriera nell’università in base alla quantità di carta stampata prodotta (in moltissimi casi di scarsa qualità e alta ripetitività) la didattica è considerata dalle giovani generazioni un peso di cui liberarsi rapidamente in favore della carta con ovvi risultati. Non ho difficoltà ad affermare che la qualità media degli studenti (intendo degli esami sostenuti) si è drammaticamente abbassata (ovviamente con qualche – rara – punta di eccellenza) e che oggi sono (siamo) costretto a promuovere studenti che in passato avrei sonoramente bocciato. E la tanto sbandierata “internazionalizzazione” ha peggiorato la situazione poiché mischiare studenti con un background del tutto differente implica necessariamente un abbassamento del livello altrimenti insostenibile. E al docente si pone quotidianamente il dilemma se rispondere alla propria deontologia o accettare i vari compromessi, spesso dettati da astratti numeri quali il numero di esami superati (non importa come) o la media dei voti per non parlare dei giudizi degli studenti, un sistema di valutazione ridicolo e quanto di più soggettivo si possa immaginare. Smetto: scusandomi con chi mi rimprovera di inserire aspetti personali nei miei posts (ma l’esperienza personale varrà pure qualcosa!) dichiaro che essendo in pensione ma tenendo ancora gratuitamente i due corsi che avevo da docente, per evitare una frustrazione che sfocia nel masochismo probabilmente il prossimo anno accademico rinuncerò all’insegnamento. Nessun problema: l’università non soffrirà per questo ma una riflessione seria sulle cause che mi inducono a rinunciare non dovrebbe essere fatta?
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità. I commenti sono sempre accettati a meno che non contengano frasi ingiuriose o inaccettabili ma il fatto che siano accettati non significa affatto che riflettano la mia opinione.
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3 thoughts on “Università – 14 Settembre 2017

  1. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    L’ Università mi sembra il perfetto specchio della realtà italiana.
    Veniamo ai docenti: molte ottime persone, impegnate, gentili, comprensive senza essere assolutorie. I ragazzi – e le persone in generale – non sono tutti uguali, non hanno il medesimo modo di studiare, il medesimo approccio col sapere, la medesima capacità – e velocità – di comprensione, la medesima possibilità di memoria. Difficile quindi individuarne caratteristiche e potenzialità se li si vede solo in una situazione traumatica come il colloquio d’ esame, che spesso blocca inevitabilmente i più timidi.
    A questi insegnanti “benedetti” che rimarranno per sempre nel ricordo dei loro studenti ( il Socrate di Francesco Adorno!) si aggiungono però anche i “sadici” – eh, sì – che avendo ogni potere, carta bianca pressochè illimitata e trattando l’ impegno universitario come una sinecura ( nessun controllo da parte di alcuno) fanno ciò che vogliono e trattano gli studenti come pare a loro. E quasi mai sono gli insegnanti migliori. Mettiamoci poi anche – specie nelle materie tecniche – coloro che sfruttano gli allievi nei loro studi privati. E non sono pochi.
    Il problema della scuola – di ogni ordine e grado – è il volere e trattare tutti allo stesso modo. Succede a molti insegnanti di Scuola Superiore vedere ottimi alunni traccheggiare all’ Università ed ex somari mettercisi di gran lena, finire presto e poi, toltosi il dente , non toccare più un libro a vita.
    Ci sono poi anche i “figli dei figli”: di politici, di baroni, di potenti, che non appena laureati- e spesso ci si chiede “come” – subito conseguono un posto come ricercatore e via con la fulminea carriera che ne consegue. Prima o poi anche in politica. Da cotanti lombi…

    Poi ci sono gli studenti, o meglio i loro genitori.
    Eh, sì. Il grosso handicap che abbiamo nei confronti degli immigrati è che i nostri figli sono considerati “giovani” fino a 40 anni ed oltre ( per poi immediatamente diventare “vecchi”). Età in cui un tempo, ed in altri Paesi, si era già nonni.
    Insomma, la parte migliore della loro vita la passano ancora sotto tutela, o quanto meno del tutto o in parte mantenuti. E per questo “mantenimento” i genitori vogliono essere pagati con una laurea.
    Potrà mai il figlio del medico fare l’ impiegato? Il calzolaio? Il vetrinista? Il disegnatore? Giammai! E via con la laurea in Medicina conseguita dopo 20 anni di mantenimento e “spinterelle” ( e ci ritroviamo i medici che ci ritroviamo…). Ed il figlio dell’ avvocato potrà non ereditare lo studio? Ed il figlio dell’ imprenditore ( magari con la Terza Media ma un grande “fiuto”) potrà non ereditare il malloppo?
    E poi ci sono i figli di coloro che non hanno voluto studiare ( ma per il mondo si recita che “non hanno potuto”) che però devono assolutamente riscattare l’ “onore” della famiglia presso parenti e vicini: mantenuti a vita. Lo prescrivono anche i giudici, che evidentemente non hanno problemi economici ma hanno figli e nipoti simili.
    Poi ci sono gli studenti. Quelli bravi e “portati” per lo studio ( lo saranno anche per il lavoro? Sapranno adattarsi?) che pretendono, molto spesso, non appena laureati, un posto ed uno stipendio adeguati. Altrimenti se ne restano a casa, macinando masters e corsi fin quasi ai 40 anni, accumulando “titoli” quando servirebbe loro esperienze di vita e di lavoro. Non importa quali.
    La vera rivoluzione “genetica” di tanti giovani ( non tutti ovviamente, ma la gran parte) è il non sentirsi in colpa nel dipendere in tutto e per tutto dai genitori dopo la maggiore età. Per citare il famoso leitmotiv ” ai miei tempi”, un tempo non era così. Genitori per nulla permissivi e con il braccino corto anche se abbienti, spingevano i giovani ad essere al più presto economicamente autosufficienti. E si sarebbero fatti seppellire piuttosto che presentarsi nei locali dell’ Università con i genitori… che ora vanno persino a “parlare” con i docenti in vece loro, come fossero bambini delle Elementari…
    Dove volete che vada un Paese così?

    Mi piace

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