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Il mondo a rovescio – 16 Febbraio 2017

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Le vicissitudini dei “centri sociali” a Bologna sono un buon paradigma di un mondo che non mi (ci?) appartiene più. L’idea che un gruppo di ragazzotti in minima parte iscritti all’università possa avere il coraggio di chiedere le dimissioni del rettore e “magari” del sindaco (perchè non anche il presidente del consiglio, il presidente della repubblica, il presidente degli stati uniti Trump e financo quello della bocciofila di Casalecchio?) dopo avere degradato, lordato, sfasciato una biblioteca è allo stesso tempo ridicola e tragica.  Che sia ridicola è facile da capire ma è la tragicità che induce a una riflessione. Quale è la visione del mondo di questa sparuta minoranza? Quali sono i potenziali presupposti culturali se non quelli dell’anarchia, della rivolta per la rivolta senza alcun fine specifico, del piacere di distruggere quello cui ritengono di avere diritto? Sanno questi decerebrati che il risultato di tutto questo non saranno certo le invocate dimissioni (ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere) ma l’ingrossamento delle fila degli elettori di destra e segnatamente quelli di Salvini e della Lega? Proprio quelle formazioni politiche che invocano l’uso indiscriminato di manganelli e di altri strumenti di repressione. Insomma il tanto peggio tanto meglio. A chi come il sottoscritto trova nella sinistra la sua collocazione culturale risultano ormai intollerabili gli slogan per gli “spazi culturali autogestiti”, la libertà al di fuori di ogni regola, l’uso privatistico di beni pubblici etc. E quindi – audite audite! – non trovo nulla da eccepire all’intervento della polizia in ateneo quando le regole di civile convivenza sono violate. La polizia non deve mai entrare in ateneo quando si confrontano idee, anche totalmente divergenti, ma deve sempre intervenire quando la libertà dei singoli è prevaricata da una sparuta minoranza. Come nel caso della maggioranza dei musulmani incapaci per assenza di organizzazione di emarginare le minoranze violente con dimostrazioni di massa, così sarebbe auspicabile che la maggioranza degli studenti, quelli che vogliono studiare, che vogliono dibattere, che vogliono insomma che l’università assolva ai propri compiti, sapesse manifestare forte e chiaro il proprio dissenso ricordando che il silenzio è sempre intepretato come assenso o quantomeno come accettazione passiva. Con buona pace di quelle anime belle (ma meglio sarebbe dire interessate) che anzichè badare ai fatti, per interesse personale e di bottega (vedi il caso Clancy o CGIL) fingono di non capire (e capiscono benissimo!) discettando di astratti massimi sistemi o di posizioni concettuali. Che noia!
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5 thoughts on “Il mondo a rovescio – 16 Febbraio 2017

  1. Roberto Barilli ha detto:

    Mi ritrovo completamente nelle argomentazioni esposte, particolarmente poi lá dove Giovanni Neri sottolinea che questa politica dei Centri Sociali oggettivamente dà una robusta mano proprio ai Salvini/Meloni di turno.
    Verrebbe quasi da pensare che questo sia uno degli obiettivi perseguiti, in attesa di una salvifica rivoluzione delle masse.
    Alla follia non c’è limite.
    E intanto queste estreme minoranze studentesche o ex studentesche (si è fatto vivo persino un canuto Mario Capanna …..) si fanno mantenere dai loro disgraziati genitori/zii/nonni che pagano il loro mantenimento, perchè di lavorare si immagina che proprio nessuno ci pensi.

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  2. Maria Cristina ha detto:

    Vedo, nell’ epoca che stiamo vivendo, tante affinità con quegli inizi del ‘900 che sproloquiavano di giovinezza, velocità, novità, ripudio dell’ età adulta, della storia e della memoria. Anche allora si ricercava – come in ogni totalitarismo – l’ “uomo nuovo”, anche allora si lamentava la scarsa disponibilità a dare “figli alla patria” e si era nel pieno di un mondo nuovo che riguardava la fisica e la meccanica come ora il nuovo mondo riguarda la biochimica e l’ informatica. Anche ora, come allora, quella meraviglia dell’ Occidente che si chiama ricerca scientifica era in mano a pochi e pesantemente influenzata dai governi.
    Anche allora, come ora, l’ intellettuale era il letterato, il fine conversatore ( imbonitore?) e certamente non ci si doleva di non capire nulla di matematica riservando piuttosto ogni attenzione alla più aristocratica letteratura. Insomma, non saper calcolare un integrale faceva fino allora esattamente come ora…
    Sappiamo come è andata a finire.

    Trovo il massimo dell’ identità fascista nell’ imbrattamento – sia scriteriato sia “artistico” – di ogni muro della città. Quelle scritte, quei disegni, qualunque cosa indichino o rappresentino finanche le più nobili, gridano una appropriazione indebita, un violento sopruso, un’ affermazione di totale violenza personale nei confronti di ogni passante.
    Tu che passi, che vorresti perderderti nei tuoi pensieri, che sui muri neutri vedi ciò che desideri, che pensi, che immagini… No, “io” teli rubo, “io” ti obbligo a pensare a ciò che “io” voglio, “io” penso, “io” ritengo giusto… ” Io” che sono giovane, veloce, violento mentre stigmatizzo la violenza. “Io” mi voglio appropriare anche dei tuoi pensieri…
    Nulla di più totalitario, nulla di più fascista,

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    • Roberto Barilli ha detto:

      Quanto all’imbrattamento murario della nostra città, citato da Maria Cristina, molto meglio chiamarlo per quello che è: vandalismo.
      Poi ci sono esempi illustri di arte muraria o murales tipo quelli che si possono ammirare nel Centro storico di Dozza Imolese o nella lontana Orgosolo che appartengono di diritto alla Cultura, con la C maiuscola.
      Il disperato tentativo di Roberto Morgantini di dare dignità ai muri del ponte della Mascarella con una coraggiosa opera collettiva di ripulitura delle schifezze precedenti sostituendole con opere di un certo pregio speriamo abbia successo e duri nel tempo ma c’è poco da essere ottimisti. Temo che prima o poi i vandali riprenderanno il sopravvento.
      Non possono permettersi che prevalga la Cultura che certificherebbe il loro fallimento. Naturalmente ammantato dei soliti slogan libertari……

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  3. Maria Cristina ha detto:

    Vede, gentile Barilli, purtroppo con la scusa dell’ “arte” ( assai differenti i casi di Dozza ed anche di Tolè: sono piccoli paesi ed i – piccoli – murales fanno parte di un progetto organizzato a favore dei turisti) si legittimano i più vari e variegati atti di vandalismo. Basta chiamarli “arte” ed abbiamo risolto.
    Io, quando passeggio, preferisco vedere muri puliti e angoli non degradati. Anche nelle periferie un muro bianco e ben tenuto è assai più dignitoso di immensi fumetti che presto degradano ad opera degli agenti atmosferici e di altri “artisti” che ci scrivono sopra. Sui muri della città preferisco proiettare il corso dei miei pensieri, perchè la città è di tutti e ciascuno di noi ha pensieri diversi e passeggia in momenti diversi della propria giornata e con stati d’ animo ed umore diversi. E’ una libertà, una autonomia, assolutamente dovuta: di propaganda urlata facciamo già il pieno ovunque.

    Siccome i nostri “reggitori” non sono capaci di far mantenere il decoro anche nei centri città obbligando i proprietari alla cura almeno delle parti esterne degli immobili – si perdono voti? – come succede altrove, per non parlare dell’ assoluta impunità degli “artisti”, si soprassiede, anzi, si dichiarano i murales ( quasi sempre ad argomento politico o sociale: una nuova forma di propaganda autorizzata? Tutto serve ad educare il popolo…) “artistici”. E si risparmia nelle tinteggiature “regolari”.
    Anche i nostri treni, così “colorati”, fanno tanto Futurismo, non trova?
    Ed una volta dato il via – o meglio garantita, nei fatti, l’ impunità – cosa ci troveremo a colorare? Quali “messaggi” diversi saremo costretti, volenti ma assai più spesso nolenti, a leggere dovunque? Con quali criteri si indicherà un muro ipercolorato – e l’ inevitabile messaggio più o meno politicamente corretto che contiene – arte oppure no?
    Non ne abbiamo abbastanza di propaganda di ogni genere e colore?
    E via così: la città un immenso fumetto, spesso di dubbio gusto …

    Eppure basterebbe, nella vita di ciascuno e nel governo della cosa pubblica, ricordare quell’ imperativo morale kantiano che recita, in – estremi – soldoni : “e se lo facessero tutti”?
    Sapesse cosa ci scriverei ( o rappresenterei) io…

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    • Roberto Barilli ha detto:

      Un ragionamento ineccepibile, quello di Maria Cristina, che nel mio libro dei sogni condivido nel modo più assoluto.
      A margine ho solo voluto ricordare che anche i murales, nei contesti giusti, possono aspirare a essere arte senza per questo arrivare alla sublime arte dei tanti affreschi che conosciamo e che il mondo ci invidia.
      Quanto a Roberto Morgantini, lui ha cercato e spero ci sia riuscito (è un poco che non passo di lì ……) a fare di necessità virtù con i muri perimetrali del ponte di Mascarella.
      Poi si arriva al dunque, al concreto: che fare per impedire il vandalismo murario?
      Sappiamo tutti che, nel breve periodo, non esiste niente.
      Servono tempi lunghi per dare modo alla cultura, prima ancora che all’educazione, di arrivare a qualche risultato.
      Quanto al contenuto del Post del prof., verrebbe istintivamente di puntare il dito contro i Rettori precedenti accusandoli di essere stati deboli ma dobbiamo considerare che in pochissimi anni le cose sono totalmente cambiate e che la forza di penetrazione e di convincimento, in mancanza di adeguati filtri critici, dei Social ha agito da potente amplificatore del disagio di pochi.
      Non sará facile tornare indietro, senza poi dimenticare che l’Università è la prima ‘industria’ cittadina, con tutto quello che questo comporta ……

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